Praticamente invisibili ad occhio nudo, le microplastiche rappresentano sempre di più un pericolo per l’ambiente che ci circonda, ma anche per noi che sull’ambiente basiamo la nostra filiera alimentare.

Che cosa sono le microplastiche?

Se capire di quale materiale sono composte le microplastiche è molto semplice quello che forse non sappiamo è che la loro dimensione è compresa tra 5 millimetri e 330 micrometri.

A seconda della loro origine possiamo parlare di microplastiche primarie e secondarie. Le prime sono rappresentate da particelle di plastica di piccole dimensioni già all’origine e provengono soprattutto dal lavaggio di capi sintetici (che da solo rappresenta oltre un terzo di queste microplastiche), ma anche dall’abrasione degli pneumatici sull’asfalto durante la guida e da quelle aggiunte in maniera intenzionale negli scrub, nei glitter e in altri prodotti per la cura del corpo e dei capelli.

Le microplastiche secondarie, invece, sono la conseguenza diretta della degradazione nell’ambiente di oggetti di plastica più grandi come le bottiglie, i sacchetti e le reti da pesca che finendo in acqua iniziano lentamente a sbriciolarsi a causa di una serie di fattori esterni (onde, raggi UV, temperature elevate, etc.). Da sole si stima che queste microplastiche rappresentino tra il 70 e l’80% di quelle che troviamo in fiumi, mari e oceani.

Quali sono gli effetti delle microplastiche sull’ambiente (e su di noi)?

Nel suo rapporto del 2017, l’ONU ha dichiarato che nei mari ci sono oltre 51.000.000.000.000 di particelle di microplastica, ovvero 500 volte le stelle della nostra galassia. E il numero è, purtroppo, destinato ad aumentare ogni anno a meno che alcune abitudini non vengano modificate anche in maniera drastica.

Se abbiamo visto spesso immagini di tartarughe marine e altri animali che scambiano le buste di plastica per cibo e finiscono per morire soffocati, anche le microplastiche presenti in mare vengono inghiottite dagli animali marini sia perché scambiate per prede sia perché si aggregano con il fitoplancton che viene filtrato da alcune specie come balene e squali balena.

Considerate che persino gli abissi più profondi del nostro pianeta non sono liberi dalle microplastiche, tanto che gli scienziati hanno rilevato nello stomaco di organismi che popolano queste zone la presenza di fibre e materiali artificiali tra cui plastica, nylon e PVC. Molte microplastiche, inoltre, finiscono a riva e sono ingerite anche dagli invertebrati che vivono sulla spiaggia.

Quale impatto ha questa catena sulla nostra salute? Proprio attraverso la catena alimentare, la plastica ingerita da pesci, molluschi e crostacei può finire direttamente nel nostro piatto. Alcuni studi hanno dimostrato che in media ingeriamo fino a 2.000 particelle di microplastica a settimana… solo bevendo acqua. Sui rischi a lungo termine per la nostra salute non ci sono ancora studi univoci, ma esiste un generale consenso sul fatto che l’ingestione delle microplastiche nel tempo può essere dannoso poiché alcuni tipi contengono elementi tossici, mentre altri rilasciano tracce di piombo con il rischio di colpire il sistema immunitario o quello digerente.

Che cosa possiamo fare per contribuire a ridurre le microplastiche?

Alcuni nostri comportamenti ci rendono produttori, spesso involontari, di microplastiche, ma esistono comunque delle buone pratiche per ridurre il più possibile il nostro impatto:

  • Dite addio alle cannucce, ai contenitori e alle bottiglie di plastica usa e getta;
  • Acquistate il più possibile capi di abbigliamento in fibre naturali;
  • Lavate i capi sintetici come pile e nylon all’interno di appositi sacchetti che catturano una buona parte delle microplastiche rilasciate;
  • Prediligete i lavaggi a pieno carico e alla minor temperatura possibile;
  • Evitate i prodotti cosmetici che contengono microsfere e glitter.

Sebbene il settore della cosmesi non sia quello più inquinante, l’ultima indagine di Greenpeace ha dimostrato che il 79% dei prodotti di 11 grandi marchi contiene plastiche, soprattutto sotto forma di polimeri liquidi, semisolidi o solubili. Come ha spiegato Giuseppe Ungherese, che di Greenpeace Italia è il responsabile della campagna inquinamento dal 2015, “Il consumatore informato è più potente, anche se le scelte del singolo da sole non possono fare la differenza. Dato che la cosmetica è un fiore all’occhiello del Made in Italy, l’approccio delle aziende italiane dovrebbe essere più cautelativo: ci sono brand che hanno dimostrato che a fare a meno delle microplastiche è possibile. Io credo che le aziende italiane più lungimiranti dovrebbero anticipare le leggi che verranno”.

Belief+ crede al 100% in questa scelta green e nella capacità di innovazione del Made in Italy e per questa ragione si è impegnata da sempre a non utilizzare alcun tipo di microplastica negli shampoo, nei condizionatori e nei suoi prodotti per dare volume, struttura e nutrimento ai capelli. In questo modo possiamo garantirvi non solo una gamma di soluzioni con principi attivi dermocompatibili, ma anche un mondo più pulito.

Di |2023-03-27T15:02:58+02:0019/07/2021|Consigli, News|

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